L’arte di costruire la musica

Come suonano gli strumenti.

(Video)

A.B.A: Allegra Brigata Assandri

Dopo un genuino ed abbondante pasto con amici liguri, Franco e Patrizia, mi son fatta dagli stessi guidare in un ‘armonico’ pomeriggio.

Franco è una persona disponibile e generosa, ha la battuta nel sangue, suona la chitarra ed è conosciuto anche come “Uomo del Biancoamaro”, vecchia e popolare libagione genovese, portatrice di euforia.

Patrizia, amante della fotografia e della verità, è una donna che non pratica l’ipocrisia, e che trovo a me affine, in quanto selettiva e anticonformista.

Con loro, sono stata felice di ‘perdermi’ nei carrugi di Genova, tra un bassorilievo, una foglia di basilico, una libreria – il cui nome è il titolo di un libro – e grandi leoni:

“Tutti noi ‘local’, da piccoli, abbiamo fatto la foto sui leoni” – mi comunica Franco – mentre camminiamo sotto gli ombrelli colorati sospesi tra il cielo e le nostre teste; così, passeggiando e ascoltando storie, mi sono ritrovata in liuteria, a bere un caffè con l’Allegra Brigata Assandri.

Un gruppo di musicisti capeggiati da un liutaio appunto, Gianmaria Assandri, dalla risata travolgente e dalla risposta pronta.

C’è Giorgia, architetto/musicista e figlia di musicisti. Giorgia ama trascorrere i suoi momenti liberi in bottega, con gli altri dell’A.B.A, infatti, replica a chi le ricorda che la vita è fatta di pochi attimi preziosi, così:

“Ecco perché vengo qui”.

Giorgia sorride, con un sorriso che si percepisce essere sincero. Solo un paio di volte, quel sorriso le si smorza sul volto: per esempio quando si parla di un suo ex, per poi ricomparire quando ricorda quello che le diceva sua nonna:

“Se un uomo torna accendi un cero, se non torna accendine due”.

Giorgia suona nel gruppo “Accademia degli imperfetti” (che geni, gli amici della liuteria, nello specifico, Marinella e Maurizio: hanno dato vita all’Accademia, questa volta non ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con loro, motivo in più per ritornare).

Giorgia, ha imparato come si fa il caffè, in un cantiere a Napoli, e, devo dire che se la cava bene; ha appena sostenuto un colloquio per un impiego a Torino; lei, si vede dagli occhi che brillano, fa parte di quell’Italia che non si arrende, l’Italia che non rinuncia ai sogni.

In bocca al lupo young lady, che le note siano con te.

Altro componente della combriccola è Francesco, detto ‘Chico’, meneghino di nascita (ha studiato presso la Civica Scuola di Liuteria del Comune di Milano) ligure di adozione, un ‘giovane capellone’ trasferitosi vicino al mare, una volta riconosciute le affinità elettive con i membri dell’A.B.A, incontrati sotto ‘La bela Madunina’ durante una fiera musicale. Francesco è bravissimo con gli strumenti a pizzico: prima ripara e restaura chitarre, poi… le suona.

Non posso non menzionare Sergio, in realtà si chiama Angelo, per tutti è Sergio: ha seguito un corso di liuteria organizzato dalla Regione Liguria, gestisce un’ impresa, che gli permette di vivere, e dedica buona parte del tempo restante a viole e violini; crea singolari strumenti ricavandoli da oggetti riciclati: trovate un paio di esempi nelle immagini in calce.

Mio padre suona con maestria il violino, il pianoforte, la fisarmonica, e, quando si trova un nuovo strumento tra le mani, lo prova incuriosito.

Qualcosa di emozionante, riesce ogni volta a tirar fuori;

io sono simpatizzante del triangolo e dell’ukulele, il primo lo ho sempre ritenuto meritevole di supporto, innanzitutto, perché fa parte della famiglia degli idiofoni (…)

solitamente così poco considerato, in disparte, come se non avesse valore, invece, per me, ogni strumento è indispensabile agli altri se si considera l’insieme, ed è incredibile cosa si riesca ad ottenere da una barretta di metallo piegata in forma triangolare.

Il secondo, perché lo suonava Marilyn in:

“Some Like It Hot”.

Adesso mi par di vedere gli amici della liuteria storcere il naso, voglio raccontarvi perciò, come io sia arrivata a tale scelta.

Ho misurato, anni fa, il mio talento musicale.

La cosa che mi incantava di più durante le lezioni era l’eleganza di Marianna, la mia insegnante di pianoforte. Ogni volta studiavo il suo look sobrio e chic, e mi riproponevo, di tenerlo a mente per il futuro. Una volta compreso che il pianoforte, fatta salva la raffinatezza Marianna, non era il mio strumento, ho provato, per il dispiacere dei miei familiari, il violino. Irrompevo in ogni stanza in cerca di pareri, da ‘papi’ che non si esprimeva verbalmente ma solo con un movimento, un lento ritrarsi dei muscoli facciali, a mia madre, che facevo sobbalzare mentre quieta cucinava le sue bontà, con concertini improvvisati (lamentando ogni volta il fastidio provocato dalla mentoniera), passando per le mie sorelle, le quali, non erano mai troppo felici di vedermi con il violino.

Ben presto ho sviluppato talenti differenti, ma il profondo rispetto per la musica è rimasto vivo, e lo è ancora in questo momento, probabilmente, perché l’amore tra i miei genitori ha avuto inizio anni prima che loro si conoscessero, grazie ad un brivido musicale.

Ma questa, come al solito, è un’altra Storia.

A Genova, qualche giorno fa, ho capito diverse cose, ed io son sempre felice di capire, di scoprire;

parlando di strumenti, capire significa riconoscere la materia per lavorarla: affinché il legno possa suonare, sprigionando la musica migliore è necessario “sentirlo”.

Essere liutaio è un qualcosa che ha a che fare con il tempo e con il fascino, ho compreso.

Il tempo, il tempo necessario a trasformare il legno in un’opera realizzata a mano.

Il fascino, quello di un mestiere antico, una tradizione antica.

Non sono stati svelati i segreti di Antonio Stradivari, almeno, non tutti. La curvatura, il legno usato, lo spessore, il colore, la vernice – fatta risalire alle regioni vulcaniche del cremonese: solo Lui, poteva essere a conoscenza delle componenti necessarie alla creazione di quei prodotti di straordinaria fattura.

La magica sonorità dei suoi violini unici, riconosciuta – orgoglio del nostro Paese – a livello mondiale.

Gianmaria invece, che mi ha fatto pensare ai maestri liutai napoletani del 700, un segreto lo ha confidato. Sarà felice, io lo condivida con voi:

la sua produzione, è guidata esclusivamente dalla PASSIONE, questa, conosciuta.

Ve lo dico con estrema franchezza: uno spazio che profuma di abete rosso, cedro, acero, palissandro, mare e focaccia, non può non essere una meta obbligata per gli amanti del genere.

Musica, Maestro!

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